In piazza la rabbia di pastori e olivicoltori, arrivano le prime risposte

13 febbraio 2019

Soluzioni immediate per gli olivicoltori, sospensione dell’attività del Consorzio del Pecorino Romano Dop e interventi in favore degli allevatori. Questo il primo importante risultato incassato dalla Coldiretti dopo la manifestazione degli olivicoltori pugliesi e dei pastori sardi organizzata a Piazza Montecitorio a Roma. A scendere in campo è stato il vice premier e ministro degli Interni Matteo Salvini che ha ricevuto, alla conclusione della manifestazione, una delegazione della Coldiretti guidata dal presidente Ettore Prandini. All’incontro era presente anche il sottosegretario alle Politiche agricole, Franco Manzato che già in piazza aveva garantito l’appoggio a pastori e olivicoltori. D’altra parte Prandini era stato fermo: la protesta non si ferma fino al momento in cui non arriveranno risposte concrete. Impossibile accondiscendere alla richiesta delle istituzioni di fermare le manifestazioni in attesa del tavolo di filiera annunciato per il 21 febbraio. Tempi troppo lunghi per emergenze che si trascinano da troppo tempo. Ma la scossa della piazza in giallo ha costretto a una accelerazione dei tempi. E così a stretto giro Salvini ha assicurato azioni sul Consorzio e ha fissato un tavolo nel pomeriggio del 14 febbraio.

La situazione d’altra parte è drammatica. A cinque anni dalla comparsa del batterio della Xylella poco o nulla è stato fatto per i produttori della Puglia ormai allo stremo. Ad aggravare il bilancio dei danni la gelata del 2018. Xylella e gelata, un mix che ha tagliato del 57% la produzione di olio in tutto il Paese con picchi del 65% in Puglia, portando così ai minimi le scorte. L’effetto sull’intera economia , e su quella pugliese in particolare, è stato devastante: la crisi dell’olio ha infatti bruciato nello scorso anno centomila posti di lavoro in una filiera cardine per il made in Italy agroalimentare. Mentre la conta dei danni per la Xylella continua a crescere e ha toccato 1,2 miliardi. Secondo le stime della Coldiretti sono oltre duecentomila, tra imprenditori, famigliari, dipendenti nelle campagne, nei frantoi e nell’industria, gli occupati nel settore che realizza un fatturato di 3 miliardi di euro e conta su un patrimonio di oltre 200 milioni di piante su oltre un milione di ettari di territorio sull’intero territorio nazionale. Con il rischio poi che il crollo della produzione nazionale possa favorire la crescita delle importazioni di olio dall’estero con aumenti record degli arrivi dalla Tunisia.

Un’emergenza che ha assunto i connotati del dramma è quella che vivono i pastori sardi da giorni sulle barricate in Sardegna. Il prezzo riconosciuto dal Consorzio del Pecorino romano Dop al latte conferito dagli allevatori è di 60 centesimi comprensivo di Iva dunque non più di 54 centesimi a fronte di un costo produttivo certificato da Ismea in 70 centesimi. Ma i 70 centesimi – ha spiegato Prandini – coprono solo l’alimentazione delle pecore, non comprendono il costo del lavoro e gli investimenti. Per la Coldiretti solo con 1 euro più Iva si può garantire la sopravvivenza alle stalle sarde. Prandini ha evidenziato come quello dei pastori sia un vero dramma umano, a rischio c’è un’attività produttiva che è la spina dorsale dell’economia sarda. Sotto accusa la gestione del Consorzio oggi in mano solo all’industria. La Coldiretti chiede per questo che nel Consorzio sia garantita la rappresentanza degli allevatori, almeno il 30%. Perché oggi proprio chi produce ne è escluso, mentre le porte sono aperte anche agli industriali che hanno delocalizzato. Prandini ha anche chiesto maggiori controlli alle dogane soprattutto sul prodotto grattugiato che spesso è il frutto di importazioni dalla Romania che magicamente riescono a ottenere il passaporto sardo. Il numero uno di Coldiretti ha poi ricordato la vicenda Simest che, negli anni scorsi, ha elargito soldi pubblici a un caseificio sardo che aveva delocalizzato in Romania.

Un’altra richiesta è che alle industrie si applichino gli stessi rigorosi controlli che portano oggi al sequestro dell’azienda agricola nel caso di irregolarità sui dipendenti. Se invece vengono scoperte frodi nell’attività delle industrie scattano solo delle multe che vengono tranquillamente messe in conto. Per questo la proposta targata Coldiretti si articola su più fronti. Trasparenza innanzitutto, eliminazione del segreto doganale e poi anche denunce ai tribunali per il mancato rispetto delle regole sulla concorrenza fissate dall’articolo 62 della legge 27 del 2012 . Una legge mai applicata nel nostro Paese mentre oggi nella Ue si sta lavorando a un regolamento contro le pratiche sleali che ricalca la normativa nazionale.

Con deleghe secretate – ha assicurato il segretario generale della Coldiretti Vincenzo Gesmundo – seguiremo nei tribunali i nostri associati. Quanto al Consorzio, per la Coldiretti la gestione va affidata subito a un commissario, e l’identikit tracciato è quello di un magistrato antimafia. La Coldiretti ha rilanciato la richiesta di procedere subito all’approvazione delle legge di contrasto ai reati agroalimentari messa a punto dal magistrato Giancarlo Caselli che guida il comitato scientifico dell’Osservatorio sulle agromafie promosso dalla Coldiretti. Il disegno di legge approvato due anni fa dal Governo è rimasto lettera morta in Parlamento.

Ma è soprattutto dall’etichetta con l’indicazione chiara e leggibile della provenienza della materia prima che i produttori si attendono un rilevante e decisivo contributo. Una misura finalizzata a sostenere le produzioni al 100% made in Italy, ma anche a garantire la sicurezza dei consumatori. E’ certo comunque che i produttori Coldiretti non sono disposti a cedere le armi, i cartelli esibiti in piazza Montecitorio lo confermano. Voglia di continuare a produrre, ma anche di ottenere un giusto riconoscimento economico.